Alessandro Sansoni ha attraversato lo specchio ed è entrato nel reame della città occidentale, con il freno di una coscienza meditativa e con le ansie di attore del suo tempo, che come Shakespeare sa quante cose ci sono tra il cielo e la terra e quante memorie sono nascoste dietro l'evidenza del quotidiano.
Osserva, fotografa e dipinge la città e ci fa avvertire il caos, i rumori dei motori, di un traffico urbano carico dei colori della velocità, nella distrazione di un passo accelerato per una fretta ingiustificata, che a volte si trasforma in un silenzio sordo e inaspettato, come di un volume improvvisamente abbassato, un silenzio incongruo rispetto alla confusione delle forme che si spostano, e mentre si spostano si graffiano, che si allontanano per poi ritrovarsi un poco più in là, appena mutate nella forma ma non nella sostanza, un mondo di insetti umani, adulti e inconsapevoli, protagonisti di uno scenario urbano desunto dalla immaginazione di un futuro che lascia impronte da decifrare e apre, vorrei dire dilata, gli spazi della memoria, i ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza.
Sfogliando un libro mai prima scritto Sansoni si restituisce alla fanciullezza e ci consegna, come un riscatto per un rapimento progettato e mai portato a termine, le immagini di artificiale purezza desunte dal fumetto, da quel serbatoio di emozioni che hanno nella nostra adolescenza coniugato passioni e desideri e conquistato solidi mondi, disegnato avventure e progettato improbabili certezze.
Le sue opere sono segnale e chiave di lettura, rivelano sogni ed aspirazioni, descrivono dubbi e certificano quel malessere che ci fa desiderare l'apparizione di un fiore dietro il cemento, risarcimento dello spirito, premio conquistato nella sfida della pittura e della coscienza, nel nome dell'intelligenza ed in virtù dell'arte.
Come insegna Nietzsche "Bisogna avere in sé il Caos per partorire una stella che danzi" e forse anche un Uomo Ragno che rida.
Massimo Riposati