Il teatro delle immagini di un cucinatore di pittura
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Data: dicembre 2009

di Guglielmo Gigliotti

C’è qualcosa di potente nelle immagini di Alessandro Sansoni, un’energia tanto dell’impianto compositivo che dell’architettura cromatica, quasi un senso di dramma robusto, una traccia di sguardo sghembo e indiavolato, un terremoto ibernato, uno smottamento fotografato. L’immagine è lì, acqua cheta in cui covano segreti ardori e silenti fragori, come ad illustrare quelle sottili catastrofi che la vita metropolitana riveste di abnorme normalità.
Sono accattivanti le immagini di Alessandro Sansoni, sono belle e impietose, con le loro vedute vertiginose, le prospettive mozzafiato, le diagonali che schiaffeggiano lo sguardo: tutto quel turbinare di grattacieli, tralicci e automobili è il frullato dei nostri giorni cucinato con arte. Sansoni strapazza ciò che ama. L’immagine è perfetta, ma forse è postuma, è una post-immagine, è l’icona del day-after dell’immagine, qualcosa che viene dopo un’apoteosi che si è trascinata via tutto, anche la speranza di nuove immagini.
Dalla civiltà delle immagini siamo progressivamente scivolati nell’inciviltà delle immagini. Tutto è immagine, dunque niente lo è. La cucina iconica di Sansoni inizia proprio dalla scelta di questi ingredienti “trovati”, da questo magazzino di cose rotte e immagini spente, che il bravo cuoco ravviva, scalda e serve ancora una volta in tavola. Da questo assemblaggio di frammenti scaturisce il teatro delle immagini di Sansoni, la sua sincronica trasversalità di apparenze, la tessitura di scene urbane dal cielo di fiori, di traffico automobilistica e giganteschi supereroi, di cartelloni pubblicitari e immagini della storia dell’arte, di codice a barre e lattine di coca-cola accartocciate. Nell’ultimo ciclo, con un effetto speciale tutto interno alla pittura, lembi di immagini si sfogliano come adesivi che vengono distaccati, la pittura si spella, si sveste e rivela altra pittura, altre sottostanti immagini. L’arte è una stratificazione di immagini e una miscela di sapori, non c’è linearità temporale nel sogno simultaneo che abbiamo chiamato arte, avviene tutto insieme, come una grande unità, compattata dal volo dell’intuizione.
Sansoni ha intuito la validità dell’immagine plurale, del multi-quadro; la pittura con lui si fa ancora una volta finestra spalancata sulla sinfonia di dissonanze dei nostri tempi, l’immagine si fa sottile e rimovibile come una membrana da asportare, rivela la sua condizione di illusorietà, di finzione visiva, di pellicola relativa.
Se scortichi un’immagine, sotto ce n’è un’altra: non è una splendida metafora dei percorsi della vita? E’ la realtà in sé ad essere multipla, e noi siamo solo i navigatori di questo oceano. E se “naufragar m’è dolce in questo mare”, ogni quadro di Sansoni rappresenta proprio un “naufragio dolce”, un momento bloccato del flusso nel momento in cui questo si fa possibilità di poesia, o anche solo di sbigottita contemplazione. Sansoni è figlio del suo tempo, ma anche del non-tempo. La sua ricetta è varia e in perenne sperimentazione: si riconosce l’amore per van Gogh come per Pollock, per Monet ma anche per Rotella e Matisse, per Bacon ma al contempo anche per Warhol e Schifano. L’iperrealismo non disdegna il respiro soffice delle sfocature, il nitore si fa pelle di convulsi ritmi compositivi.
Evidente è l’influenza del televisivo e del cinematografico, sono immagini figlie della mobilità, ma, soprattutto, intrise di coscienza tecnologica. Sansoni, secondo le sue parole, “fotografa ciò che vede e dipinge ciò che sente”. La sua pittura è sempre sovrapittura su stampa fotografica su tela. Ma la simbiosi è totale, è difficile capire dove finisce il fotografico e dove inizia il pittorico. La verità è che non è né l’uno né l’altro, ma è la “terza via”, quella della foto-pittura, anzi, fotopittura, una parola sola. La fotopittura è la regina dei piatti di Sansoni, è il minestrone principe di chi, come lui, ama la culinaria quasi quanto l’arte: “Sarà un caso”, ha scritto l’artista, “ma finisco sempre a parlare di cose da mangiare, di gastronomia. La mia voracità è storia vecchia. Che non si esaurisce nell’atto proprio del mangiare ma ne vuole assaporare l’essenza parlandone, ridendoci e rappresentandola visivamente.”
Ecco che dal pentolone del Gran Cucinatore di sguardi e colori esce fuori la rivincita della manualità sulla tecnologia, senza che quest’ultima venga rinnegata, ma solo riacquisita alla dimensione del pittorico, mediante impasto di rugiada di pigmento su tecno-immagine. “Metapittura tra mano e mouse”, definisce i suoi quadri Sansoni, che col progredire degli anni e delle opere sempre più assomigliano a fili sottili tesi su spazi immensi, trasvolati col piglio tecno-visionario di un buongustaio odierno dell’arte di sempre.